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Il CEDRO

L’ epoca della venuta di questo agrume in Buonvicino coincide con l’arrivo dei monaci basiliani, sebbene le prime notizie  al riguardo sono del 1100 e del 1500.

Il Barrio scrive: << a quattro miglia da Gineto c’è Bombicino nel cui territorio si produce zucchero, esistono orti fitti di cedro>>.In Italia la cedri coltura era localizzata tra Scalea e Bonifati che costituiva il 98% della produzione nazionale.

Nel 1970 Buonvicino, con 57.000 piante produceva 5000 quintali di cedro, prodotto che contribuiva la principale risorsa economica. Il cedro candito è utilizzato nell’industria dolciaria, anche se un tempo il succo di cedro serviva come fissatore dei colori sulla seta. Il cedro trova appilicazione, in medicina , in farmacia.

I semi macinati hanno virtù vermifughe, gli infusi delle foglie proprietà antispasmodiche, il succo azione antiscorbutica, diuretica, antisettica e benefica negli stati depressivi.

E’ consuetudine che gli ebrei ogni anno, durante il mese di Agosto, vengono ad acquistare i verdelli, cedri ancora piccoli e pregni di essena, per i loro riti religiosi, in osservanza a quanto prescritto da Mosè:<< Nel primo giorno prenderete i frutti del’albero più bello…..>> il cedro!.

Oggi tale coltura  è completamente scomparsa tranne che in limitatissime zone di Buonvicino di Marcellina e Santa Maria del Cedro.

Il cedro assieme alla vite ha caratterizzato da sempre la principale attività agricola di Buonvicino.

Infatti nel bassorilievo di una colonna di calcare cristallino, posta all’interno della Chiesa Madre, proveniente dall’antico monastero basiliano, sono raffigurati grappoli di uva e frutti di cedro.

 

IL TELAIO E L’UVA


 

Nel 1595 Girolamo Marafioti, correggendo in parte il Barrio, scriveva che la Calabria “godeva di vigne che oltre la soavità e delicatezza e saporosità delle uve davano vino in abbondanza e di estrema perfezione” e indicava come “luoghi di pregiata produzione”, tra gli altri, proprio nel circondario di Buonvicino con epicentro Cirella di Diamante, aggiungendo che proprio in questi luoghi “ vi era pure grande abbondanza di lana e di seta, di lino e cannavo” quest’ultimo serviva per le corde delle navi, e “ le donne erano destrissime  nei loro masserizii e attendevano a lavorare tele, tovaglie di varie sorti ed altre suppellettili di casa”.

La coltivazione  della vite edell’ulivo, diffusa dal basiliani, al contrario di altre colture che sono completamente scomparse, è tutt’ora diffusa. La varietà di uve, da sempre coltivate e che danno un ottimo vino sono: il greco, la doraca  la spagaria, la malvasia e il dolcetto.

Mentre le attività tessili, diffuse dovunque, furono limitate nel tempo e nella quantità, e tra l’altro, non furono una prerogativa sola del nostro paese.

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